L’addio perfetto a Michael Jackson

Ho trovato molto bello questo articolo scritto da Simona Orlando.


E’ uno strano momento quello dell’addio a Michael Jackson. Un breve saluto lungo una vita. Per chi era adolescente negli anni ’80 si tratta di risvegliare improvvisamente i ricordi, riascoltare la colonna sonora di ogni radio e discoteca estiva, rivedere la faccia che campeggiava su ogni copertina. Per molti torna su come un singhiozzo l’emozione del primo concerto, lo stupore davanti agli effetti speciali di un live e al lavoro corale di coreografi, ballerini, costumisti, musicisti, ingegneri delle luci, il primo approccio alla lingua inglese, imparata per poter maneggiare meglio i testi, il primo videoclip realizzato come fosse un film. Torna su la moda dell’epoca (l’armadio pieno di spalline e orpelli) e quella che dettava lui (cappelli, mocassini, giacche, lustrini, ginocchiere, borchie, guanti), un modo di ballare che per quanto venisse egregiamente imitato, sapeva sempre e solo di citazione.

Il mondo attendeva di vederlo muoversi sul palco della O2 Arena a Londra e molti erano già pronti ad additare le crepe del suo ritorno, invece l’esibizione è stata di una bara placcata in oro, piazzata al centro dello Staples Center di Los Angeles, e nessuno si è astenuto dagli applausi. Prima la macellazione e poi la costruzione del monumento è il tipico trattamento riservato agli uomini di talento.

Non si sa se le ultime volontà di Jackson contemplassero una cerimonia così poco intima, se davvero desiderasse che per l’ennesima volta il suo corpo fosse trattato come un evento mediatico. Forse avrebbe preferito le parole di Leave me alone a quelle di Heal the world e lasciarlo in pace sarebbe stato il modo migliore per mostragli rispetto. Certo è che è stata rispettata la volontà dei fans, il cui affetto sconfina spesso nel voyerismo, e quella della famiglia, che ha una innata propensione alla spettacolarizzazione. Tutto era perfetto durante la commemorazione, anche le lacrime. E per il gran finale ha pensato bene di svezzare anche la piccola Paris, appetitosa ciliegina di questo reality, prima suggestionata dai tributi, poi spinta ai microfoni per far sprofondare i cuori degli spettatori e impennare l’indice di gradimento.

Lo scenario, sin dai giorni precedenti il funerale, era irreale, quasi più dell’elezione del primo afroamericano alla presidenza americana, più del commiato a JFK: carovane di telecamere piantate all’esterno, flussi di persone provenienti da ogni paese, poliziotti dislocati in ogni angolo, muri di dediche, cori e stereo ad alto volume, statuette, cartelloni, odi, candele. Il pianeta sincronizzato su un feretro. Sembra che il mondo intero si sia risvegliato da un incantesimo. Sembra che d’un tratto abbia trovato il coraggio di esprimere il proprio giudizio sulla persona di Jackson, dopo le ritrosie e i silenzi mostrati non appena si è insinuato il dubbio che si fosse macchiata di imperdonabili crimini. Più di ciò che è avvenuto allo Staples Center, a metà tra la lotteria e il concerto, a strabiliare è ciò che è avvenuto fuori: una autentica riconciliazione di massa.

Servirà a dare a Michael ciò che è di Michael. Si poteva amarlo o detestarlo, comprenderlo o condannarlo, ma non si può disconoscere il suo enorme contributo. Non c’è coreografo degli ultimi trent’anni che non sia stato influenzato dai suoi passi, non c’è ballerino che abbia capito esattamente cosa facesse Jacko se non quando lui stesso si impegnava a mostrare lentamente ogni mossa: il movimento antigravitazionale di Smooth criminal, moonwalk, sidewalk, skywalk, e tutte le possibili coordinate lunari. Innovativo, assolutamente originale, magnetico per la naturalezza con cui riusciva a fondere il ritmo al suo corpo, quasi una perfetta visualizzazione del beat. L’espressione da bimbo tatuata nel volto su cui la barba stessa sembrava uno scherzo, tanto fragile, asessuato, intimorito dagli altri e dalla sua stessa ombra, quanto sicuro di sé, sensuale, estroverso diventava sul palco. Era questa la sua trasformazione più incredibile, ancor più di quella facciale, fin troppo facile da collocare nelle battute.

Paragonare Michael Jackson ai Beatles o a Elvis non significa riconoscergli la stessa caratura artistica. Si tratta piuttosto di ammettere che, proprio come loro, ha esercitato la massima influenza nel periodo storico in cui ha operato. Se il suo pop era artificio, conta che questo artificio fosse espressione di un’epoca, quegli anni ’80 così diversi dai ‘50 e dai ‘60. E poi, all’interno di quel prodotto commerciale, quanta bravura, professionalità, pionierismo, che magari il mondo discografico di oggi, in ogni suo genere, fosse riuscito a farne tesoro.

L’analisi del fenomeno si deve condurre sul piano sia musicale che sociologico, come solo la rivista Billboard ha finora fatto. Michael Jackson portò prosperità alla Epic e quindi a tutti i progetti su cui l’etichetta investì in seguito. Il brano Don’t stop ‘till you get enough nel ’79 sconvolse il sistema radiofonico, fu trasmesso sia dalle radio pop che da quelle R&B, cosa assodata oggi ma non al tempo in cui la divisione fra generi era netta. Thriller aprì la strada al lancio internazionale di dischi (fino ad allora limitato all’ambito nazionale), cambiò i meccanismi discografici dimostrando che un buon album poteva rimanere in classifica molto più di sei mesi e che si potevano estrarre addirittura sette singoli (fino ad allora erano al massimo tre). Il video di “Billie Jean” mandò in frantumi le barriere razziali. Fino al 1983 infatti Mtv era considerato un canale fortemente discriminatorio perché escludeva i video degli afroamericani dalla rotazione. Da lì in poi tutto cambiò, fu inserita la programmazione R&B accanto a quella rock ‘n ‘roll. Concentrarsi sullo sbiancamento della sua pelle, in questi anni ha distolto da fatti decisamente più importanti. Per esempio che la folla di fans e di artisti che gli pagano tributo è multietnica e che in Sudafrica, in piena Apatheid, Thriller ha venduto due milioni di copie a un pubblico misto, unendo miracolosamente un paese spaccato in due.

Quando l’esercito di zombie di Thriller era in onda, le visite sul canale triplicavano, così l’industria del disco capì che il pubblico veniva catturato dai videoclip di qualità. Jackson fu il primo ad interessarsi dell’estensione visuale della musica, al punto che trattava i suoi video come “cortometraggi” e dava loro importanza pari alle canzoni. Thriller inoltre fu il primo video ad essere girato da un regista cinematografico (John Landis) e il documentario sulla sua realizzazione vendette un milione di copie, aprendo il mercato degli home videos musicali. Il disco era un esempio di trasversalità, bilanciava R&B, pop, disco, funk, ballate, rock (c’era Van Halen all’assolo di Beat it, Steve Lukather alla chitarra ritmica), divenne il primo successo planetario di fusione degli stili. Queste scoperte determinarono il percorso di tutti gli artisti a venire, indistintamente.

Sulla questione umana si può invece discutere, rimanendo però nell’ambito delle opinioni personali, visto che Jackson è uscito pulito dal processo per pedofilia. Chi argomenta che ha pagato per far ritrattare le accuse, è chiamato ad usare la stessa veemenza per scagliarsi contro chi è stato disposto ad offrire un orribile silenzio in cambio di denaro, lasciando “un mostro” a piede libero.

I suoi comportamenti normali non lo erano davvero, ma normale non è neppure quello che il pubblico esige da un’icona, rendendo pressoché inaffrontabile la sua quotidianità. Normale non si può definire la situazione in cui si trova chi non conosce nessuno eppure incontra migliaia di persone convinte di conoscere lui. Normale non è la quantità di denaro che un simile artista incassa, né il numero di squali che le sue tasche attirano.

Per comprendere la sua eccentricità in vita, basta seguire le intricate vicende emerse alla sua morte. Una telenovela che farebbe impallidire il più arzigogolato degli sceneggiatori, un vaso di Pandora senza fondo, una saga triste dove il protagonista non ha voce per smentire e le verità sono contese tra personaggi dubbi, che non celano la propria avidità, testimoni indelicati che non agiscono né nel suo interesse né in quello dei suoi orfani. Ognuno parla dall’alto della sua confidenza con l’artista e mira in basso, i suoi cari mostrano comportamenti che distano anni luce dalla consuetudine.

Tutte le cause della assurdità del personaggio e dell’uomo sono sfilate ieri sera sull’altare profano dello Staples Center: i parenti da anni assenti dal suo fianco improvvisamente stretti intorno, gli stessi che alla notizia della sua morte hanno telefonano alla ex-tata per sapere dove nascondesse i soldi: un padre che ha abusato di lui in vita e in morte ha usato le interviste come tattica autopromozionale, peraltro ricordando Jacko nei termini di “grande star”, mai di figlio. Fuori c’è un manipolo di esattori che sfrutta la sua conoscenza per trarre guadagni, chi è stato pagato profumatamente per tacere adesso spiffera tutto, forte della mancanza di un contraddittorio e della attenzione dei media.

Spuntano e spunteranno dichiarazioni a raffica che rendono impossibile comprendere se il suo ritorno sulle scene fosse un riscatto, un modo per saldare i debiti o più semplicemente per mostrare ai suoi figli cosa sapesse fare in scena. Se fosse un innocente o uno senza scrupoli, eterno fanciullo oppure orco, appassionato amante (come racconta la sua ex-moglie Lisa Presley) o intollerante a qualsiasi contatto fisico con le donne. Questo bailamme di informazioni non fa che delineare una figura d’uomo ogni volta diversa, e da questo puzzle che non incastra i suoi pezzi l’unica verità ad emergere è che il re del pop fosse davvero solo a corte.

«Il successo porta alla solitudine. La gente pensa che sei fortunato, che non ti manca niente, pensa che puoi fare tutto. Non è questo il punto. Uno diventa affamato di cose semplici. Credo di essere una delle persone più sole al mondo», scriveva Jackson sul libro Moonwalk. La solitudine gli ha fatto costruire un mondo surrogato. Il cancello della sua Neverland era la porta magica per una fiaba in cui le forme, i colori, gli individui, erano finalmente come desiderava. Fuori dal palco non c’era la normalità, ma il parco di divertimenti, la giostra attraverso cui ricreare un’infanzia perduta. Così, estraneo alla realtà, costringeva i suoi pensieri a barare, negando l’evidenza della metamorfosi fisica, ingoiava pillole come pop corn davanti alla proiezione della sua esistenza.

Quando le persone se vanno, brillano di una luce particolare, anche se la loro vita è stata piena di ombre. Se finora Michael Jackson era solo, la morte lo ha cristallizzato in un essere unico.

2 pensieri riguardo “L’addio perfetto a Michael Jackson”

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